C’è un legame tra paracetamolo e autismo?

“For too long, families have been left without answers or options as autism rates have soared,” […] “Today, we are taking bold action—opening the door to the first FDA-recognized treatment pathway, informing doctors and families about potential risks, and investing in groundbreaking research. We will follow the science, restore trust, and deliver hope to millions of American families.”

Il 22 settembre Donald Trump e Robert Kennedy hanno fatto un annuncio che ha molto scosso la comunità scientifica e l’opinione pubblica: l’esistenza di una relazione causa-effetto tra l’assunzione di acetaminofene durante la gravidanza (quello che in Europa chiamiamo paracetamolo) e l’insorgenza di disordini dello spettro autistico nei nuovi nati.

Nel loro discorso hanno poi toccato altri argomenti, ma dover smontare le solite bufale sull’alluminio nei vaccini mi sembra eccessivo. E, tra l’altro, lo ho già fatto.

Oggi vorrei soffermarmi sulla possibile relazione tra autismo e assunzione di paracetamolo in gravidanza, unico argomento che vale la pena approfondire: è una fake news? È complottismo? È vero? È possibile?

Parliamo di autismo

Per iniziare, facciamo una breve panoramica di quello che ad oggi sappiamo sull’autismo.

Innanzi tutto non si tratta propriamente di una “malattia”, quanto di una condizione, o meglio di una sindrome (Fonte: Istituto Mario Negri). Questo perché una malattia ha un’origine ben definita e dei sintomi chiari, mentre nel caso dell’autismo non solo non è assolutamente chiara quale sia la sua origine, ma anche i sintomi sono spesso molto diversi da persona a persona.

In linea generale, l’autismo è dovuto a un’alterazione neurologica che porta a un diverso modo di interpretare il mondo e le relazioni sociali. Una persona autistica non si può “curare”, perché non c’è nulla da curare: è solo una persona che è nata con un cervello la cui “rete elettrica” funziona ed è interconnessa in maniera diversa rispetto alla maggioranza delle altre persone.

È ormai consolidato che autistici si nasce, e sono più di 800 i geni che sembrano essere coinvolti (Fonte: 10.3390/genes14030677). Contrariamente ad altre condizioni genetiche – come la Sindrome di Down – dove è possibile identificare con esattezza qual è l’alterazione responsabile (in questo caso la presenza di una copia extra del cromosoma 21), con l’autismo farlo è del tutto impossibile. Non esiste un “colpevole” chiaro, né è stato identificato un meccanismo fisiologico.

Intendiamoci, non è che non ci si stia provando: sono centinaia i gruppi di ricerca che si occupano di autismo, migliaia gli articoli e immenso lo sforzo, ma la verità è purtroppo una sola: ne sappiamo ancora pochissimo.

Sappiamo però che esistono alcuni fattori di rischio: l’età dei genitori, complicazioni durante il parto, ma sopratutto la predisposizione genetica, cioè avere fratelli o sorelle nello spettro e la presenza di alcune mutazioni cromosomiche (Fonte: Autism speaks). Ma si tratta di correlazioni puramente statistiche, e non sappiamo come questi fattori possano poi portare alle alterazioni neurologiche responsabili dell’autismo.

Ma in tutto questo, cosa c’entra il paracetamolo?

Cosa c’entra il paracetamolo?

Il paracetamolo, il principio attivo dell’efferalgan o della tachipirina, è un analgesico e antipiretico, cioè un farmaco che agisce sia per abbassare la febbre che per ridurre i dolori. Il suo nome ufficiale è N-acetil-para-amminofenolo, ma è anche noto come acetaminofene, o con il nome commerciale di Tylenol negli Stati Uniti.

paracetamolo acetaminofene tylenol

È un farmaco economico, diffusissimo e molto sicuro – chi di noi non ha mai preso una tachipirina? –  ed è normalmente considerato a basso rischio anche durante la gravidanza, ed anzi in questo caso è proprio il farmaco di prima scelta per trattare la febbre alta.

Ma allora da dove viene questa associazione con l’autismo? C’è qualcosa di vero?

In realtà non è una cosa nuova, né una invenzione di Trump e Kennedy. È da decenni infatti che si cerca di capire se possa esserci un legame tra l’assunzione di paracetamolo e l’insorgenza di deficit dello sviluppo nervoso nel feto, e sono stati pubblicati numerosi studi con esiti altalenanti. Questa difficoltà nel chiarire se esista o meno un legame è insita nella tipologia di studi che sono stati condotti.

Prima di vedere quali sono questi studi, dobbiamo quindi fare una premessa:

L’esistenza di una correlazione NON vuol dire l’esistenza di un rapporto causa-effetto.

Caffè e spade laser

Dire che l’esistenza di una correlazione tra due eventi o parametri non vuol dire che ci sia davvero una relazione causale non è un modo per arrampicarsi sugli specchi, né una questione di speculazione, di filosofia o di tetrapilectomie.

Questo grafico mostra in sovrapposizione l’andamento delle ricerche su Google per “come costruire spade laser” contro il numero di lavoratori addetti alla disinfestazione nel distretto di Columbia.

Correlazioni spurie

Ora, potrebbe essere che in questa regione americana le disinfestazioni siano effettuate a colpi di spade laser autocostruite. Sarebbe effettivamente molto yankee divertirsi a uccidere gli scarafaggi in stile Jedi. Ma, molto più probabilmente, si tratta puramente di un caso e le due variabili sono in realtà del tutto indipendenti, anche se seguono un simile andamento.

Se cliccate sul sito https://www.tylervigen.com/spurious/correlation potrete divertirvi anche voi a correlare gli eventi più strani che vi vengano in mente, e vedrete che trovare correlazioni tra cose a caso è più facile di quanto sembri.

Ma rendiamoci ora la vita più complicata e guardiamo un esempio diverso, ma comunque intuitivo.

È facile osservare come esista una correlazione tra il numero di persone che in un certo periodo dell’anno indossano un cappello di lana e i casi di influenza. I dati parlano chiaro! Più persone indossano cappelli, maggiori sono i casi di influenza. Anche in questo caso si tratta di un puro caso? Ecco, chiaramente no, non è un caso: in inverno ci si ammala più frequentemente di influenza, e dato che fa freddo si indossano i cappelli di lana. Non c’è un rapporto causale tra cappelli di lana e influenza (sorpresa: i cappelli di lana non causano l’influenza!), ma c’è un fattore in comune, un fattore “confondente” come è detto in gergo: la stagione invernale.

Prima di tornare al paracetamolo vi chiedo un po’ di pazienza e di analizzare con me un ultimo esempio, ancora più subdolo ma che vi aiuterà a capire quanto sia importante tenere conto dei fattori confondenti negli studi clinici.

Immaginiamo di voler capire se esista una correlazione tra l’assunzione di caffè e il rischio tumorale. Immaginiamo quindi di intervistare diecimila persone per verificare se chi consuma caffè ha una maggiore probabilità di ammalarsi di tumore.

Ipotizziamo che dal nostro studio si evinca una correlazione positiva: le persone che bevono caffè hanno una piccola ma significativamente maggiore tendenza ad ammalarsi di tumore.

Dobbiamo ora chiederci: si tratta di una vera correlazione, ovvero esiste davvero un qualche meccanismo che leghi consumo di caffè e tumori, oppure si tratta anche in questo caso di un grosso abbaglio? Come nel caso precedente avevamo trascurato il fattore “inverno”, forse anche questa volta stiamo dimenticando qualcosa?

In effetti, potremmo notare che buona parte delle persone che bevone caffè sono anche fumatori e bevono regolarmente bevande alcoliche. Al contrario, tra le persone che non bevono caffè c’è una maggiore percentuale di persone che conducono uno stile di vita salutista, e quindi non fumano e non bevono alcool.

Ci avevate pensato? In questo caso non era così evidente che potessero esserci altri fattori nascosti dietro la nostra correlazione.

Come facciamo a sapere se il dato osservato è veramente legato al caffè e non al fumo o all’alcool? E se ci fossero altre variabili a cui non abbiamo pensato?

Problemi etici

L’unico modo per avere dei risultati certi è condurre non dei sondaggi o degli studi retrospettivi (ovvero a posteriori), ma degli esperimenti strettamente controllati e, soprattutto, randomizzati. Per esempio, nel caso del caffè potremmo prendere duemila individui totalmente a caso tra la popolazione, e chiedere a mille di bere una certa dose di caffè al giorno per due anni di fila e alle altre mille persone di astenersi completamente. In questo caso i pazienti sarebbero scelti casualmente, quindi ipotizziamo che tra i due gruppi la percentuale di fumatori, consumatori di spritz e salutisti sia più o meno uguale, e che l’unico fattore rilevante sia il consumo di caffè. Questo studio sarebbe già decisamente più robusto (ma non perfetto: magari il tumore non lo causa il caffè, ma particelle rilasciate dalla caffettiera?), ma si scontra con un problema etico: se ho dei sospetti che il caffè sia cancerogeno, sarebbe etico somministrarlo apposta durante uno studio clinico? Se sospetto che un farmaco possa essere dannoso per il feto… è etico somministrarlo apposta a delle donne incinte?

Capite bene che uno studio fatto per bene, con tanti pazienti, con il gruppo di controllo, magari anche il doppio cieco, avrebbe inoltre dei costi enormi e delle difficoltà logistiche non da poco: tornando all’esempio precedente, queste ipotetiche duemila persone devono essere reclutate (e non è facile!), devono seguire per un lungo periodo di tempo una dieta controllata, devono sottoporsi a check-up medici periodici (che non sono gratis!). Non solo: duemila persone sembrano tante, ma non lo sono per nulla. Specialmente se l’effetto che vogliamo valutare è piccolino, per avere delle statistiche valide potremmo avere necessità di reclutare decine di migliaia di pazienti.

Insomma, un bel casino!

Che confusione!

Torniamo al caso dell’autismo: negli ultimi 15 anni sono stati effettuati e pubblicati numerosi studi che studiano l’esistenza di un possibile effetto del paracetamolo, per lo più di tipo retrospettivo, ovvero in cui si sottopongono le pazienti o a dei test a posteriori o a dei questionari sui loro comportamenti e sui farmaci assunti. Come abbiamo visto per il caffè, a maggior ragione in questo caso sarebbe infatti eticamente problematico e logisticamente infernale condurre dei trial clinici su larga scala nei quali l’assunzione o meno del farmaco sia rigidamente controllata.

Già nel 2015 l’FDA, agenzia americana che si occupa dell’approvazione e della sicurezza dei medicinali, aveva quindi rivisto tutti gli studi all’epoca esistenti e aveva tratto la seguente conclusione:

“we evaluated research studies published in the medical literature and determined they are too limited to make any recommendations based on these studies at this time.”

Analogamente, nel 2017 la Società per la medicina materno-fetale aveva evidenziato che:

“Based on our evaluation of these studies, we believe that the weight of evidence is inconclusive regarding a possible causal relationship between acetaminophen use and neurobehavioral disorders in the offspring.”

Fonte: Society for Maternal-Fetal Medicine (SMFM) Publications Committee (2017)

Nel 2019 è stato invece il turno dell’EMA, l’Agenzia Europea dei Medicinali, che ha riesaminato gli studi che avevano indagato lo sviluppo neuro-cognitivo dei bambini esposti al paracetamolo in utero e ha concluso:

  1. che i risultati erano inconcludenti e
  2. che non era possibile stabilire alcun legame con disturbi dello sviluppo neurologico.

Nel 2021 invece uno studio pubblicato sulla rivista Nature Endocrinology riaccese il caso, poiché per gli autori le informazioni scientifiche esistenti erano sufficienti per rivalutare l’utilizzo del paracetamolo in gravidanza. Anche questo articolo suscitò un bel polverone nella comunità scientifica e un notevole dibattito, dal quale emersero molti dei limiti di questo lavoro. L’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG), nella sua dichiarazione ufficiale del 2021, affermò che “non esistono prove causali tra l’uso di paracetamolo in gravidanza e autismo” e che il farmaco rimane l’opzione di prima scelta quando necessario.

E al tempo stesso un altro articolo su Nature Endocrinology del dicembre 2021 specifica che

“These studies are limited by serious methodological problems, including failure to account for confounding, and elements of bias that make interpretation of the data challenging.”

Sostanzialmente: non si è tenuto conto di tutti quei fattori confondenti che potrebbero avere invalidato tutte le conclusioni.

Una svolta importante è arrivata nel 2024, con la pubblicazione di uno studio che ha analizzato i dati di quasi 2,5 milioni di nascite in Svezia tra il 1995 e il 2019 per valutare il legame tra uso di paracetamolo in gravidanza e rischio di autismo.

Lo studio ha inizialmente replicato una piccola associazione statistica tra l’assunzione di paracetamolo e un aumento del rischio di autismo e ADHD.

Ma per eliminare i possibili fattori confondenti, i ricercatori hanno fatto un passo in più: hanno effettuato una analisi tra fratelli – cioè confrontato fratelli e sorelle nati dalla stessa madre – in modo da controllare il più possibile i fattori genetici e ambientali. Preso questo accorgimento l’associazione è completamente scomparsa!

Se ve la cavate decentemente con l’inglese, vi consiglio caldamente di leggere l’intervista rilasciata da Brian Lee, l’autore corrispondente di questa ricerca, alla rivista che ha pubblicato lo studio, JAMA (Journal of the American Medical Association).

Il risultato suggerisce che la relazione osservata negli studi precedenti non è causale (con la “u” prima della “s”!), ma dovuta ad altri fattori confondenti. In particolare, lo studio evidenzia che la genetica può influenzare sia la probabilità che una madre usi analgesici durante la gravidanza, sia il rischio di autismo nel figlio. Come il freddo è legato sia all’uso dei cappelli di lana che all’influenza, così una predisposizione genetica a disturbi come autismo e ADHD potrebbe essere associata a maggiore dolore in gravidanza, cefalee e emicranie, condizioni che portano a un uso più frequente di paracetamolo. In altre parole, non è il paracetamolo a causare l’autismo, ma la stessa predisposizione genetica può spiegare sia l’uso del farmaco sia il rischio aumentato nel bambino.

Insomma, sebbene effettivamente esistano degli studi nei quali gli autori osservano una correlazione tra autismo e assunzione di paracetamolo, studi che potete trovare sul sito della Casa Bianca e sui quali si sono basati Trump e Kennedy per il loro annuncio, questi studi sono poi stati sistematicamente o smentiti o criticati per l’approccio metodologico utilizzato.

E quindi… che si fa?

Se siete arrivati fin qui, so che nel profondo la maggior parte di voi starà pensando la stessa cosa:

“ma giusto per non rischiare… per stare tranquilli… non sarebbe meglio comunque evitare? Cioè che senso ha dibattere per decenni? Non sarebbe più conveniente tagliare la testa al toro e utilizzare un altro farmaco più sicuro?”

Ecco, il problema è che non esiste un farmaco più sicuro. Ibuprofene, naproxene, aspirina, e in generale tutti i FANS, cioè gli antinfiammatori non steroidei, sono infatti sconsigliati in gravidanza perché nel loro caso l’associazione con un aumentato rischio di aborto o di danni al feto è largamente accettata dalla comunità medica.

E anche non fare nulla non è un’opzione valida:

It is important to understand that untreated fever and pain during pregnancy carry significant maternal and infant health risks. Untreated fever, particularly in the first trimester, increases the risk of miscarriage, birth defects, and premature birth, and untreated pain can lead to maternal depression, anxiety, and high blood pressure.  (Società per la medicina materno-fetale, comunicato del 5/09/2025)

La cosa interessante è che è lo stesso Kennedy, durante questo “epocale” annuncio, a ribadire che non esistono alternative:

The FDA will also recognized that acetaminophen is often the only tool for fevers and pain in pregnancy as other alternatives have well-documented adverse effects. HHS wants, therefore, to encourage clinicians to exercise their best judgment in the use of acetaminophen for fevers and pain in pregnancy by prescribing the lowest effective dose for the shortest necessary and only when treatment is required.

Quindi… qual è il succo? Il succo è che non solo non abbiamo dati scientifici che supportino l’associazione paracetamolo-autismo, ma che non abbiamo altra scelta che continuare a fare quello che stiamo già facendo, ovvero far ricerca e essere estremamente cauti nell’assunzione di medicinali durante la gravidanza. Questo è ciò che già infatti suggeriva l’EMA nel 2019:

A large amount of data on pregnant women indicate neither malformative, nor feto/neonatal toxicity. Epidemiological studies on neurodevelopment in children exposed to paracetamol in utero show inconclusive results. If clinically needed, paracetamol can be used during pregnancy however it should be used at the lowest effective dose for the shortest possible time and at the lowest possible frequency.

Ora capite perché il dibattito scientifico si fa sulle riviste specializzate, nei congressi, nelle società scientifiche e negli enti regolatori, e non davanti alle telecamere?

Tutto ciò che è stato detto da Trump e Kennedy è sostanzialmente già noto da anni, e da anni le raccomandazioni delle società scientifiche sono esattamente le stesse. L’unica differenza è che non lo fanno con uno show in piazza, non lo fanno utilizzando modi e toni che hanno il solo scopo di suscitare sdegno e paura, e non lo fanno intervallando ogni frase con altre bufale già smontate in lungo e in largo. Sebbene infatti i due volpacchioni comunque poi si parino le spalle raccomandandosi di seguire le indicazioni dei medici, il messaggio che tentano di trasmettere, purtroppo, è chiaro.

Come al solito, sta a noi leggere tra le righe e capire quando qualcuno ci sta prendendo per il c…appello.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"